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 di Sara Acireale Il 20 dicembre 2006 Piergiorgio Welby cessava di vivere. Con la fine della sua esistenza , cessavano pure le sue atroci sofferenze. Piergiorgio ci lascia il testamento di una grande battaglia civile. Un medico ha messo fine a un accanimento terapeutico che quest’uomo non riusciva più a sopportare. Questo medico ha avuto il coraggio di scontrarsi con una mentalità retrograda e oscurantista. Ha pagato per questo gesto di umana pietà. Assieme a lui hanno lottato i radicali e l’associazione Luca Coscioni.
Il medico che aiuta un malato nella sua volontà di porre fine alla sua vita non dovrebbe essere punibile se ricorrono due motivi:
a) Quando la cura non può portare nessun miglioramento ed egli è un malato terminale. b) Quando il malato chiede di essere aiutato a morire avendo conosciuto la prognosi e si trova nel pieno possesso delle sue capacità di intendere e di volere.
L’EUTANASIA E LA CHIESA CATTOLICA
Ogni anno in Italia muoiono tra 150 e 200.000 persone a causa di tumori vari. Queste persone muoiono tra indicibili sofferenze. E' umano negare loro una morte dignitosa per il diktat della Chiesa Cattolica?
In Italia non solo è proibita l'eutanasia ma, altresì, qualsiasi rimedio per lenire l'atroce dolore. Gesù nel suo discorso della montagna non ha forse predicato: " Beati i misericordiosi ".? Perché il clero è così ottusamente sadico? Dobbiamo evitare che i tentacoli papalini possano spingersi sino a dentro il letto degli ammalati dichiarando: “ Beati voi che soffrite perché vostro sarà il regno dei cieli “. Già… ma sulla terra queste persone stanno soffrendo l’inferno.
Cosa c’è di più misericordioso, di più cristiano, di più umano di colui che pone termine nel modo più delicato possibile alla sofferenza del malato terminale? Chi compie questo gesto dovrebbe essere additato come esempio di civiltà morale alla collettività. I clericali che oggi condannano l'eutanasia non sono forse gli eredi di quelli che alcuni secoli fa, hanno messo al rogo eretici e streghe? Il Vaticano che si fa "voce universale" che parla alla coscienza dei fedeli non ha contradditorio alla radio e alla TV.
B.16 non è andato all'università La Sapienza per timore di essere criticato. E' troppo abituato ad essere osannato e incensato. Quale differenza intercorre tra lui e il figlio dell'umile falegname vissuto molti anni fa in Palestina! Perché i politici si ostinano a dipendere dal Papa? Sino a prova contraria il nostro stato non dovrebbe essere laico?
Auspico che questo governo faccia qualcosa di concreto per liberalizzare l’eutanasia anche se personalmente sono scettica che Berlusconi, Bossi e Fini vogliano attuare qualche legge a tale proposito.
Il codice penale all’articolo 579, punisce con pene severe il “suicidio assistito”. Bisogna dire che il codice Rocco è stato promulgato nel 1930, in pieno regime fascista e lo ritengo obsoleto. E' arrivato il momento che anche l'Italia deve adeguarsi alle leggi dei paesi sviluppati. E' necessaria una svolta decisiva.
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 di Zamax Tanto abbiamo frignato che finalmente pure noi, figli della Serenissima, abbiamo i nostri eroi al governo. Tre in tutto. Due addirittura sono miei compatrioti, i trevigiani Zaia e Sacconi. L’unico rammarico – ma non si può avere tutto dalla vita – è che arrivino dalla zona di Conegliano, cioè dalla Sinistra Piave, quando invece è notorio che noi della Destra Piave siamo molto più in gamba.
Nonostante questo ci incoraggia il fatto che anche da quelle terre parzialmente civilizzate siano usciti grand’uomini come il calciatore Alessandro Del Piero o l’immortale librettista di Mozart, Lorenzo Da Ponte, ebreo convertito, prete spretato, gran puttaniere e valoroso difensore delle patrie lettere quando andò lungamente ramingo in paese straniero.
Luca Zaia, il nuovo ministro per le politiche agricole, è un ragazzotto asciutto e slanciato che dimostra più dei suoi rotondi quarant’anni. Zaia è un trevigiano DOC, ossia senza grilli per la testa ma amico della vita. Ha percorso un cursus honorum perfetto per un esemplare della nostra razza: diplomatosi al liceo bene dei campagnoli, la prestigiosa scuola enologica di Conegliano, laureatosi poi in quel di Udine in scienze della copula animale settore bestiame grosso, si è fatto le ossa non nell’azienda meccanica di papà, dove peraltro fece l’incontro decisivo con Gian Paolo Gobbo, allora semplice apostolo della Padania e attuale sindaco pro forma della Treviso del Generalissimo Gentilini, bensì come PR della discoteca Manhattan: naturale prologo, almeno dalle nostri parti, alla carriera politica nelle schiere della Lega Nord, e vera scuola di vita, vista l’ottima organizzazione propagandistica dimostrata in seguito, che gli ha permesso di sfracellare gli avversari politici nelle elezioni provinciali per due volte di seguito. Per dire: Luca era ancora sconosciuto quando muri e caseggiati abbandonati lungo le strade della Marca Gioiosa et Amorosa si riempirono di scritte inneggianti al futuro ministro: Forza Zaia, W Zaia.
Sotto la sua presidenza più che di ronde la Marca si è riempita di rotonde piccole e grandi, perché la sicurezza stradale è stata un suo chiodo fisso. Voci maligne si sono levate quando in autostrada è stato beccato a 193 km/h dalla polizia, ma ingiustamente, in quanto una tromba d’aria aveva appena devastato la nostra patria e Luca stava tornando trafelato nella stanza dei bottoni a bordo non di un’auto blu – pregasi notare - ma della sua utilitaria BMW per coordinare gli interventi d’emergenza.
Per dimostrare che la sua amministrazione non scialacquava ha messo sotto contratto sei asini in carne e ossa. Questo è stato il suo colpo di genio. Economici ed ecologici, i mussi tosaerba lungo le strade sono diventati una celebrità nazionale come il radicchio trevigiano e il Prosecco di Valdobbiadene. Arrivato poi come un uragano alla vicepresidenza della regione Veneto, è stato arrestato dal paron de casa Giancarlo Galan, che lo ha consegnato nelle mani di Berlusconi pur di liberarsene. Farà bene, perché è furbo.
Il nuovo Ministro del Lavoro & della Salute & delle Politiche Sociali (!), Maurizio Sacconi, è un capitano di lungo corso della politica italiana. A riprova della sua intelligenza ha passato tre lustri nella parte giusta della sinistra, quando questa era ancora sotto l’influenza nefasta dello spaventoso moralismo bolscevico dalla lingua biforcuta di Mortimer Berlinguer, cominciando come mozzo del bastimento craxiano alla fine degli anni ’70. Erano i tempi della Milano da bere, ossia della movida ambrosiana, quando Craxi ebbe il merito grandissimo di riportare un pezzo di sinistra sui solchi di una più conciliante umanità. Non toccato dal ciclone di Mani Pulite, rimase però fedele fino all’ultimo al PSI. Profugo, trovò scampo sulla zattera berlusconiana a metà degli anni ’90.
Sacconi, almeno all’orecchio ostrogoto del sottoscritto, favella in italiano senza particolari inflessioni o accenti, cosa notevole per un veneto e notevolissima per uno della Sinistra Piave, e segno di una vocazione mediatrice. Amico e collaboratore di Marco Biagi, conosce il mondo sindacale come le sue tasche. Pur essendo, ripeto, uno della Sinistra Piave, è uomo esperto e capace, e ha capito subito che il Presidente del Consiglio lo ha messo lì per togliergli molte castagne dal fuoco senza rompere troppo i coglioni, ché Silvio ha ben altre cose cui pensare, vista la spettacolare compagine femminile del nuovo governo.
Renato Brunetta, nuovo ministro della funzione pubblica, è un economista ma è soprattutto veneziano. La cosa non è affatto senza conseguenze. Per il veneto dell’entroterra e quindi soprattutto per i campagnoli della Marca – gente coi piedi per terra – fuori dell’ambiente anfibio della laguna il veneziano diventa un tipo poco affidabile, come un pesce fuor d’acqua: per qualcuno ancora della nostra gente che ha conservato i sani principi del buon tempo antico, l’epiteto “veneziano” significa “imbranato” o “bizzarro”. Il veneziano è cittadino del mondo, anche quando è lazzarone, e sarebbe un tipo disincantato anche se il destino gl’impedisse di superare i confini del sestiere di Castello o Dorsoduro. Questo spiega perché Brunetta sia di cultura politica laico-socialista, cosa che suona come una brutta e strana malattia, pericolosamente vicina al comunismo e al libertinismo, agli orecchi dei sani ragazzi terraioli, che sanno ancora distinguere tra la superbia del peccato e il peccato in sé, verso il quale dimostrano al contrario moltissima indulgenza e nel quale si allenano con cristiana sollecitudine pur di non lasciare disoccupata la misericordia.
Oggi il professore veneziano ha fama di liberista. A Brunetta le filosofie tremontiane fanno venire il latte alle ginocchia, ma il professore è uomo di mondo. Senza mai polemizzare apertamente continua a scrivere imperterrito porcherie pericolosamente mercatiste e, in cuor suo, forte della posizione storica di consigliere economico del presidente, mira a diventare l’eunuco che conta alla corte dell’Imperatore Silvio.
Brunetta è di una simpatia contagiosa ma è anche un tipetto assai ostinato e pignolo. Puntiglioso e vivace come una servetta delle baruffe chiozzotte, nelle disfide dialettiche, coi suoi occhi chiari e sgranati e il sorriso perennemente stampato in faccia, riesce puntualmente a mandare fuori dei gangheri gli avversari, specie quelli che alla Natura sono venuti fuori permalosetti, come il Druido della Valtellina ad esempio.
Brunetta è alto un metro e mezzo, ma come Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, ha un coraggio da leone. Al momento della foto di gruppo della nuova compagine ministeriale come un fulmine si è fiondato bel bello a fianco della Prestigiacomo, l’attraente pertica sicula di chiarissimo sangue normanno. Ammetto: io non ci sarei mai riuscito, neppure dall’alto di tutti i miei notevolissimi 176 centimetri nudi e crudi. Piccolo grande Brunetta!
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 di Ismael A dispetto delle malelingue messe in circolazione dai pennaioli di regime, che adombravano ritardi nella formazione del governo causa pugnaci duelli all’ultima poltrona fra i vincitori delle elezioni, il quarto gabinetto Berlusconi è venuto alla luce nel minor tempo consentito dai nostri pachidermici riti istituzionali.
La squadra consta di dodici ministri con portafoglio e di nove dicasteri senza; un apprezzabile dimagrimento di organico rispetto alla generosa polizza assicurativa stipulata – con quale e quanta fortuna, è compito del lettore giudicare – dall’ex facente funzione di Presidente del Consiglio con i suoi molteplici danti causa. Un malizioso direbbe: bella forza, lo snellimento era obbligatorio grazie a una norma inserita nell’ultima Finanziaria dal precedente governo. Ma si tratterebbe di un malizioso smemorato visto che, come già nel 2001, al neopremier sarebbe bastato un agile decreto legge per aprire la sagra degli spacchettamenti.
Ad ogni modo meglio razionare le buone notizie, giacché oggi si contano sulle dita di una mano – come il seguente passaggio in rivista del nuovo governo ministro per ministro renderà ahimé irrefutabile.
Saltando a pie’ pari il ritratto del Cavaliere himself, che da solo mi porterebbe via un paio di cartelle come minimo, non rimane che partire da Giulio Tremonti (Economia). Da quel che ne scrivono commentatori assai affidabili, i suoi libri restituiscono alla perfezione i contorni del deserto culturale in cui abita la Destra italiana. Una mistura di protezionismo, mercantilismo e tradizionalismo spicciolo, più un’ingente sopraddote di inesattezze e contraddizioni marchiane: se costui è davvero la mente economica del berlusconismo, continueremo a produrre semilavorati scadenti e beni artigianali fuori dal tempo ancora per dieci anni (a essere ottimisti). Nondimeno consoliamoci con la prospettiva di un fisco più amichevole nei riguardi dell’impresa e del lavoro autonomo, che dopo Visco non è poco.
Viene poi il turno di Franco Frattini (Esteri), già vicepresidente della commissione UE con delega alla Giustizia e alla Sicurezza. A lui il gradito compito di farci dimenticare in fretta le rivoltanti effusioni di Massimo D’Alema con i capibanda di Hezbollah, nonché quello di rimettere la politica estera italiana sui binari dell’atlantismo e dell’anti-eurocrazia. La seconda vera buona nuova è il nome di Roberto Maroni agli Interni. Si tratta della migliore risposta possibile alla giusta domanda di sicurezza suggellata dal successo leghista alle scorse elezioni.
Incuriosisce l’idea di avere Ignazio la Russa alla Difesa, anche perché – diggiamolo – il physique du role del demonietto aennino non evoca precisamente marzialità. Ad Angelino Alfano, il Ghedini di Sicilia, è toccata la poltrona bollente in quel di via Arenula. Onestamente non credo che sarà all’altezza della battaglia per la separazione delle carriere di giudici e pm, ma il suo profilo garantista gli sarà di stella polare nelle burrascose mareggiate che lo attendono. Claudio Scajola torna allo Sviluppo Economico (era stato alle Attività Produttive dal 2005). Lo stupido apprezzamento su Marco Biagi che gli costò il Viminale sei anni or sono pesa ancora sulla sua reputazione. Ci si augura che continui a frenare la sua loquela e – da quel gran liberista che ha fama di essere – che non rinverdisca i fasti della mai abbastanza riprovata “politica industriale”. Metta ordine nel marasma tra professionisti e pubbliche amministrazioni provocato dalle “liberalizzazioni” del suo predecessore, piuttosto.
Cemento e moschetto, clientelismo perfetto: questo il motto che, secondo alcune indiscrezioni, Altero Matteoli dovrebbe apporre al suo blasone di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Scherzi a parte, chi sperava in soluzioni non smaccatamente assistenzialiste per Alitalia può mettersi il cuore in pace. Tiriamoci su il morale con Maurizio Sacconi al Welfare: il poco di buono venuto dai governi Berlusconi bis e ter (Legge 30 e riforma pensionistica) porta la sua firma. Sapere rintuzzati gli assalti di AN al suo dicastero, poi, soddisfa ancora di più.
Si torna perplessi con Luca Zaia all’Agricoltura: invece del protezionismo nazionale di Alemanno, avremo il protezionismo padano del nostro ormai ex vicepresidente di regione. Ci si irrita per Mariastella Gelmini all’Istruzione: non tanto perché si dubiti del suo valore, quanto perché non si capisce come mai questo dicastero debba sempre andare a personalità “gradite Oltretevere”, come si dice. Speriamo che questa ingiustificata consuetudine, se non altro, stavolta abbia fatto guadagnare i galloni di ministro della scuola a qualcuno in grado di arrestare la deriva pedagogistica che sta devastando il nostro sistema scolastico.
La soporifera Stefania Prestigiacomo va all’Ambiente, e chissà quali trovate progressiste avrà in serbo per un incarico foriero di credenziali politicamente corrette come questo. Magari le “quote verdi”, hai visto mai. Dulcis in fundo, Sandro Bondi ai Beni Culturali. E qui non si sa davvero cosa dire. Se la scelta è caduta su di lui, gli unici concorrenti diretti per la prestigiosa poltrona devono essere stati Emilio Fede e Alessandro Cecchi Paone, quindi tutto sommato ci va di lusso.
Per i ministeri senza portafoglio partiamo da Umberto Bossi (Riforma Federale): quella affidatagli sarebbe una questione maledettamente seria, speriamo non ne faccia un ripetitore di provocazioni tanto frequenti quanto politicamente innocue. A Roberto Calderoli tocca la Semplificazione Legislativa: vedi sopra. Andrea Ronchi (Politiche Comunitarie) e Giorgia Meloni (Politiche Giovanili) ingrossano le fila aennine, mentre per Renato Brunetta alla Funzione Pubblica c’è da rallegrarsi. La sua proverbiale grinta dovrà vedersela con i famelici statali italiani. Il neodemocristiano Rotondi prende l’Attuazione del Programma: dato il particolare compito affidatogli, speriamo lavori molto male. La bizzarra meritocrazia al contrario di Forza Italia ristora Raffaele (scon)Fitto con gli Affari Regionali: dopo la memorabile pettinata contro Niki Vendola, mi sembra una ricompensa quantomai opportuna. Apprendo infine con malcelata delusione della nomina di Mara Carfagna alle Pari Opportunità, perché è da decisioni come questa che capisci come Berlusconi vada democristianizzandosi vieppiù. Nel ’94 avrebbe piazzato Pamela Prati senza tanti complimenti, adesso ripiega su una che è perfino laureata. Dopo lei e Sandro Bondi, ai Rapporti col Parlamento uno si sarebbe aspettato il pupazzo Uan, ma ci scopre nientemeno che Elio Vito. Beh, troppa grazia.
Doversi quasi entusiasmare per due socialisti (Sacconi e Brunetta) e un leghista (Maroni) dà la cifra delle modestissime aspettative che ripongo nel nuovo esecutivo. Per l’ombra di un liberale confido in qualche sottosegretario, ma nel frattempo il mio scetticismo verso le attitudini riformatrici del quarto Berlusconi rimane troppo, per essere attenuato a breve.
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 di Lafinestrazzurra La depressione, definita malattia del secolo, viene ascritta solo in minima parte a predisposizioni personali o condizionamenti esistenziali. Analisti come Parenti e Pagani sono fautori, non certo da soli, di una impostazione ambientalistica come causa scatenante della perdita di fiducia in stessi (e dunque il sorgere della malattia interiore). Analizziamo ora la storia culturale del fenomeno, in particolare di due civiltà dell’antico Oriente (Egitto ed India), nella convinzione che esse siano state in parte matrice del divenire dell’Occidente.
La società faraonica fu impostata sul tema preminente del culto dei morti, eppure, in apparente contrasto, la vita e la società erano in vitale fermento. L’arte, la cultura e la stessa medicina, enfatizzavano lo spirito pragmatico, preoccupate non tanto di teorizzare la vita, quanto di porre rimedio concretamente ai mali dell’uomo, frenando la sua corruzione fisica ed esaltando la sua efficienza.
Da osservare invece in termini negativi, un’altra grande civiltà sempre orientale, quella indiana: non a caso fu matrice di un pensiero filosofico assai evoluto, ma piuttosto preso verso la liberazione dello spirito dalle catene del corpo. Ciò implica una svalutazione rassegnata della felicità sensoriale contingente, uno scettico abbandono delle gratificazioni legate alla realtà, un rifugio nell’ascesi; astensionista sul piano dell’azione e quindi con implicazioni depressive. La scarsa confidenza con le potenzialità corporee fece strada alle ricerche di droghe come sostegno, con proprietà inebrianti (nel grigiore della vita quotidiana).
Di altro verso invece la splendida cultura ellenista, legata alla sensorialità dell’uomo comune, largamente basata sulla comunicazione (retorica), negatrice per assunto della depressione. Altrettanto poco depressiva fu la civiltà romana che sviluppò un'arte alla guerra, certo immorale, ma tutta protesa verso il piacere del dominio e il suo esercizio esibizionista anche dell’esteriorità, finendo per contaminarsi con l’eredità greca, ma acquistando in evoluzione.
Il cristianesimo originario, precedente alle invasioni barbariche, non ebbe alcun tono depressivo; fu polemico con l’edonismo ma capace di sostituirlo con la fratellanza e l’amore. Il passaggio a toni più ombrosi invece fu condizionato nel Medioevo (nel primo medioevo) da influenze esterne di popolazioni barbare di tradizione Celtica (caratterizzate dal grigiore di luoghi e dal dominio della casta sacerdotale druidica).
La stessa influenza pervase anche gli ambienti cristiani, la stessa concezione di punizione legata alla religiosità, l’isolamento della vita monastica, il divampare segreto della caccia alle streghe, il senso auto-protetto delle micro-comunità feudali fu sentore del cambiamento del costume (grigiore, cupezza, oscurità: cioè depressione).
Infine il mondo moderno, pone l’individuo in una società particolarmente invasa di insicurezza, abulia, indolenza, verso una progettualità positiva del futuro; pervasa da un comune sentire negativo, una maturata esigenza di assistenzialismo e una politica ormai bigotta, poco incline all’osservazione dei fenomeni reali, attaccata al palazzo e al potere. Non è un caso che le società del Nord Europa (fra cui la Danimarca) dove la politica ormai da anni si è radicata su un sistema nel suo insieme ispirato all’egalitarismo, alla solidarietà e al buonismo; la diffidenza verso la vita e il futuro siano tra i più alti, ne è la riprova l’alto tasso di suicidi. Il Welfare State ha pervaso la società, ha imposto i suoi ritmi, lasciando poco spazio alle libertà e ai sogni individuali.
Esiste allora una cultura anti-depressiva? Alla domanda gli autori in questione parlano di primato della comunicazione fra persona e persona (dialettica), prediligere la curiosità e lo spirito di scoperta (riformismo), ed infine da sottolineare una cultura dedita alla mobilità fisica e psichica e perciò duttilità di azione e di pensiero e dall’anti-automatismo (globalizzazione e competitività). Competitività intesa dunque nella voglia di creare, di smarcarsi dalla staticità quotidiana, concependo la vita come un cammino verso nuovi e sempre più grandi traguardi.
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 di Francesco Lorenzetti Dall’entrata in vigore della nuova normativa sulla garanzia europea, sono sempre più frequenti i venditori che tentano di eludere la legge a tutela del consumatore contando sulla scarsa informazione della maggior parte delle persone che si trovano coinvolte in casi di vizi del prodotto acquistato. Per evitare ciò, e dare ai nostri lettori la possibilità di essere più consapevoli dei propri diritti, cercherò di spiegare brevemente quali essi siano, smascherando alcune delle più ricorrenti “trappole” utilizzate da venditori disonesti per truffare i clienti nel momento in cui questi richiedono la garanzia. Concluderò però con un breve commento di carattere politico criticando la normativa in vigore e cercando di spiegare perché a mio parere essa sia, involontariamente, la causa di una così diffusa conflittualità fra venditori e consumatori.
Per cominciare, la garanzia europea copre QUALSIASI bene di consumo per un periodo di due anni dall’acquisto. Ogni pattuizione in senso peggiorativo per il consumatore è nulla (per esempio se il venditore dichiarasse di non garantire il prodotto o di garantirlo per un tempo minore). Come prova della data di acquisto è necessario lo scontrino fiscale o una sua fotocopia (fare una fotocopia è in ogni caso raccomandabile, perché l’inchiostro degli scontrini “svanisce” dopo qualche tempo e diventa illeggibile). Ogni altro adempimento richiesto dal venditore (invio di lettere o cartoline, presentazione di altri documenti o della scatola originale ecc.) è puramente ostruzionistico ed illegittimo, e non trova riscontro nel Codice del consumatore.
Il difetto di conformità va segnalato AL VENDITORE entro due mesi dal momento in cui è riscontrato. È il venditore che deve prestare la garanzia, perciò se vi dice di rivolgervi direttamente al produttore o a qualche altro centro assistenza sappiate che sta mancando ad un obbligo di legge.
Il venditore è tenuto, IN TEMPI RAGIONEVOLI, a riparare o sostituire l’oggetto. Ove questa operazione non sia possibile o non riesca nell’intento (per esempio perché due o più volte l’oggetto riparato ripresenti lo stesso vizio dopo poco tempo) il compratore ha diritto a chiedere, a sua scelta, di riavere indietro i soldi restituendo il bene (risoluzione del contratto) oppure di pattuire una congrua riduzione del prezzo in ragione del minor valore dell’oggetto difettoso.
È importante sapere che a seguito di una riparazione o sostituzione la garanzia RIPARTE per due anni riguardo al pezzo sostituito o riparato. Se è sostituito l’oggetto in toto, esso si considera come appena acquistato ai fini della garanzia.
Infine, tenete presente che uno stratagemma frequente che usano i venditori per negare la garanzia è affermare che un determinato difetto è stato causato dal compratore successivamente all’acquisto. Ad esempio, mi è capitato di subire questo “tentativo” qualche tempo fa a seguito di un difetto riscontrato ai cristalli liquidi dello schermo del mio cellulare. Il venditore mi disse che probabilmente l’avevo schiacciato in tasca, e dunque la riparazione non sarebbe stata coperta da garanzia. Ebbene, fate attenzione, la legge al riguardo è chiara: “Salvo prova contraria, SI PRESUME che i difetti di conformità che si manifestano NEI PRIMI SEI MESI della consegna del bene esistessero già a tale data”, con la conseguenza che, a meno che il venditore non abbia un filmato probatorio del fatto che avete causato voi il danno, la garanzia è dovuta in ogni caso, e non valgono le supposizioni del venditore sulla vostra “colpevolezza”.
Detto questo, e fatta chiarezza sul fatto che non mi piace in nessun caso chi fa il furbo a spese del proprio cliente, devo però evidenziare che, come ho già anticipato, è la normativa stessa a creare i problemi di conflittualità che quotidianamente rileviamo. E il motivo è che essa è scritta in modo ideologico, con una mentalità quasi sindacalista, irrigidita su una posizione di demagogica “protezione” di una parte del mercato a danno di un’altra.
Alla base di questa impostazione sta (al contrario di quanto si dice anche nei manuali di diritto, che definiscono questa legge “liberale”) una malcelata diffidenza nei confronti della libertà di mercato. Infatti, per giustificarla bisognerebbe negare ciò che ci insegnano gli economisti, e cioè che la domanda e l’offerta sono in grado di incontrarsi al tempo stesso in modo libero e soddisfacente per entrambe le parti. Il sindacalismo si basa su questa negazione, perché ha del mercato un’idea conflittuale, e propone dei modelli legislativi che tutelino una “classe” (residuo dell’ideologia marxista) anziché la libertà contrattuale dei singoli. Come se la “classe” fosse un gruppo omogeneo di persone che hanno gli stessi interessi! Cosa significa “consumatori”? Nulla: ciascun compratore è diverso. C’è chi vuol spendere poco e chi si può permettere maggiori larghezze, chi vuole la comodità e chi è disposto a cercare in più negozi, chi vuole il vestito rosso e chi quello azzurro, chi vuole la garanzia anche pagando di più e chi invece preferirebbe semplicemente un prezzo più basso.
E questo è il punto: il sistema migliore (perché meno conflittuale) sarebbe, ancora una volta, la libertà contrattuale. I venditori dovrebbero essere lasciati liberi di proporre la garanzia che preferiscono secondo le loro strategie aziendali. Quelli di loro che vorranno proporre merci di qualità più scarsa potranno diminuire il periodo della garanzia, ma dovranno fare attenzione perché la garanzia è, per il compratore che deve decidere, un indice di quanto l’azienda si fidi dei suoi stessi prodotti. Un’azienda che dà pochissima garanzia trasmetterà l’impressione di vendere prodotti destinati a durare poco, venendo punita dal mercato.
L’equilibrio giusto fra prezzo, qualità e garanzia non può che essere stabilito dalla libera interazione delle forze di mercato, capaci di maggiore elasticità e prontezza rispetto alla legge nel rispondere ai variegati bisogni della collettività. L’attuale normativa, omologando legislativamente i regolamenti di garanzia, toglie di fatto ai consumatori un segnale importante per valutare la serietà del produttore, alza forzosamenti i prezzi, va contro alla libertà d’impresa e alimenta una miriade di malintesi fra venditori e compratori, entrambi disorientati da una scelta contrattuale che loro non hanno esercitato ma che regola ipso iure ed inderogabilmente i loro rapporti.
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 di Sara Acireale Con le elezioni del 13 e 14 aprile 2008 la Sinistra Arcobaleno ha subito uno shock tremendo e non fa più parte del Parlamento italiano. Non avrei mai creduto che la Snistra Arcobaleno scendesse sotto la soglia del 4%. Il risultato delle elezioni 2008 è stato disastroso per Bertinotti e compagni, al di sotto di ogni aspettativa. Quali sono i motivi che hanno causato questa sconfitta? Penso che la colpa non sia di “Veltroni” e dell’appello al voto “utile” dei due maggiori contendenti. La sinistra radicale non è stata più capace di scendere in piazza e interagire con la gente del popolo. Bertinotti non viene più visto nell’immaginario collettivo come una persona capace di stare in mezzo al popolo, capire i bisogni degli operai, dei disoccupati, delle casalinghe. Assomiglia sempre di più a un gentleman pieno di contraddizioni e il popolo non si sente più rappresentato da lui. Quello che doveva fare la sinistra l’ha fatto Grillo. E’ paradossale, ma il posto della sinistra nel cuore della gente è stato preso da un comico. Pare che anche la giornata del 25 aprile quest’anno sarà gestita da Beppe Grillo.
LA CADUTA DEL MURO E LA FINE DEL COMUNISMO
In Europa il sogno del comunismo è finito insieme al crollo del Muro di Berlino. Considerando cosa ha rappresentato in Russia, in Cina e negli altri paesi dove è stato applicato il comunismo, non possiamo provare una grande nostalgia. Un grave errore del marxismo è stato dovuto al fatto di utilizzare una grande “energia” verso l’appiattimento e il conformismo delle masse. La dittatura del proletariato sulla borghesia è stata una “follia”. Tutta la massa proletaria non poteva governare, quindi veniva rappresentata dal Partito che gestiva la dittatura per conto del popolo. In que stomodo finiva la dittatura del PROLETARIATO e rimaneva la dittatura del PARTITO. Cosa è realmente successo dopo il crollo del MURO?
TRASFORMISMO DEL P.C.I
I partiti comunisti europei hanno pensato di gettare via l’acqua sporca con tutta la biancheria dentro. Anziché riscrivere nuove pagine della storia con valori di libertà, di pace e di uguaglianza, si sono adeguati al modello imperialista vincente. Si è verificata la trasformazione del P.C.I in P.D.S e successivamente in D.S. Quando Moro e Berlinguer volevano porre le basi per il Compromesso Storico, la base comunista e democristiana ha manifestato un feroce malcontento. Oggi gli eredi di questi partiti hanno fatto molto di più, si sono fusi in un unico partito e cosi è nato il P.D. Oggi sia le forze politiche che gli elettori hanno smarrito valori e ideali. Forse è per questo motivo che raddoppiano i voti della Lega e l' Italia dei Valori di Di Pietro. Oggi i partiti non hanno più una base politicizzata. Da una parte ci sono i "poveri diavoli" che sperano in un posto di lavoro (per chi ce l' ha di mantenerlo) e dall'altra parte "avvoltoi" che desiderano fare carriera.
I partiti sono diventati strutture di potere utili soltanto ai propri candidati... In particolar modo oggi bisogna pensare all'alternativa, riprendere in mano i valori di uguaglianza (non omologazione), libertà e pace e riproporli come le basi di un nuovo mondo. Occorre un movimento di gente che non sia "asservita" al potente di turno. Un movimento senza servi ne padroni per realizzare una società futura più libera e giusta.
Continua...
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